Altro che pagare di più per diffondere video musicali: Google crea UnitedMasters per fare la label 2.0

I tempi biblici con cui la major della musica gestiscono i loro affari ed i loro problemi a volte sembrano frutto di chissà quale strategia. In realtà, probabilmente, sono solo giganti che agiscono come si faceva in passato: piano piano, dopo accordi presi col settore (ovvero tra le diverse major) e poi con gli altri attori, tipo editori / diffusori come YouTube. Come giudicare altrimenti le tante chiacchiere dette e scritte sul ‘value gap’, ovvero sui troppo pochi soldini che Google ovvero YouTube pagherebbe alle major rispetto a Spotify senza la benché minima azione concreta? Si sarebbe potuto, ad esempio, se non far saltare il banco, ovvero la possibilità di diffondere musica edita a chiunque su YouTube senza problemi, farlo solo con qualche titolo nuovo importante. Che so, se in Italia “Vita” di Jovanotti non viene diffusa da YouTube perché Universal decide di negare i diritti, qualcuno se ne accorge. Ma tutto questo, tra una dichiarazione e l’altra, mentre continuano sine die le negoziazioni con Facebook / Instagram, non è stato fatto. Questo tipo di strategia dilatoria, se strategia davvero è e non solo incapacità di agire, nel 2017 sembra fortemente perdente. Infatti lascia agli altri attori del settore la capacità di organizzarsi.

E Google, da vero gigante del settore web, creando UnitedMasters per rimpiazzare le major discografiche, pensa soprattutto a se stesso ovvero alla sua costante espansione in ogni ambito, soprattutto quelli in cui gli attori sembrano crogiolarsi sugli allori dei diritti musicali incassati dallo streaming a pagamento (Spotify etc).

Il progetto UnitedMasters è guidato da Steve Stoute (ex Interscope Records) tramite la controllata Alphabet ed ha già raccolto 70 milioni di dollari, un bel po’ di soldini, da venture capital (Andreessen Horowitz) ed operatori del settore (Floodgate, 20th Century Fox). La proposta spiegata in un video su YouTube (e dove sennò?), sembra dedicata agli artisti emergenti e indipendenti. Chi diffonde la sua musica su Spotify, YouTube (etc) tramite UnitedMasters resta proprietario della musica musica e può utilizzare la piattaforma anche per vendere biglietti dei concerti e merchandising. UnitedMasters vorrebbe poi mettere in contatto i musicisti con sponsor che cercano visibilità nel loro settore.

Oggi che realizzare un disco e produrre un buon video, in fondo, non costa molto, questo sistema potrebbe essere vincente. Ma senza la ‘cara vecchia’ selezione artistica, il lavoro di a&r, pubblicare ovunque la musica di decine o centinaia di migliaia di artisti probabilmente di poco successo, è davvero un’attività profittevole, anzi molto profittevole, degna della principale attività di Google (riempire di pubblicità video caricati dagli utenti ed ogni nostra ricerca web)? I musicisti che vogliano usare UnitedMasters dovranno pagare una sorta di abbonamento, per cui senz’altro l’auto sostentamento dell’iniziativa c’è o ci sarà… ma sembra proprio un’azione di disturbo nei confronti di chi già oggi è parecchio più forte delle major musicali.

(Lorenzo Tiezzi)